Giro in SUP nelle calette nascoste: consigli per scoprire angoli paradisiaci lontano dalla folla

Vengo dal mare e dal profumo di fritto di paranza della mia vecchia trattoria ad Arbatax. Oggi passo più tempo sulla tavola da SUP che ai fornelli, ma lo spirito è lo stesso: capire le correnti umane e quelle del mare, evitare la confusione e trovare gli angoli dove la Sardegna si mostra per quella che è davvero. Qui condivido il mio metodo per scovare calette nascoste e silenziose, con consigli concreti nati in banchina, tra chi vive il mare ogni giorno.
Dove mettere la tavola in acqua senza stress
La folla si evita a monte, scegliendo lo spot di partenza giusto. Le spiagge più note sono comode, ma spesso sono imbuto di bagnanti e gommoni. Io preferisco piccoli scivoli di alaggio, cale con parcheggi limitati o spiaggette sassose dietro un promontorio.
In Ogliastra, ad esempio, tra Arbatax e Santa Maria Navarrese, ci sono due varchi poco battuti dove metto in acqua la tavola alle prime luci. Mi è capitato di recente: alle 6.30, mare piatto, due remate e dietro lo spigolo di roccia ho trovato una lingua di sabbia deserta, acqua lattiginosa sull’erba di posidonia e l’odore di mirto portato dalla brezza.
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Street food sardo: scopri lo snack locale che non trovi nelle guideCome li individuo? Mappe satellitari la sera prima, occhio ai sentieri che finiscono sul mare e quattro chiacchiere al porticciolo: i pescatori indicano spesso gli approdi meno ovvi. Una volta un vecchio amico della cooperativa mi ha sussurrato: “Sali da sinistra, c’è meno risacca e nessuno ci pensa”. Aveva ragione.
Attrezzatura essenziale e piccole furbizie
Per stare leggeri e muoversi veloci, riduco al minimo ma non rinuncio alla sicurezza. A bordo porto sempre:
- Leash, giubbotto o aiuto al galleggiamento e luce frontale in caso di rientro all’alba.
- Acqua in sacca morbida e una borsa stagna con telo in microfibra.
- Scarpe da scoglio leggere: salvano caviglie e tavola durante i passaggi tra rocce.
- Telefono in custodia e app meteo con radar del vento aggiornato.
Una furbizia utile: fissare due moschettoni leggeri al nose della tavola. Servono per ancorarsi a una roccia liscia con una cima corta durante una sosta rapida, senza usare il fondo e senza toccare la posidonia.
Altro trucco che mi ha salvato una volta a Cala Moresca: un telo scuro piccolo per ombreggiare la tavola quando il sole picchia. L’acqua resta fresca e non vi cuoce i piedi al rientro.
Orari e venti: leggere il mare come un menù
La libertà del SUP sta nell’alba. Parto tra le 6 e le 7: mare più fermo, traffico quasi nullo, luce radente che disegna i fondali. Rientro prima di mezzogiorno, quando i venti termici si alzano e i gommoni spuntano come zanzare.
Il vento da nord-ovest può scavare onde corte sulla costa orientale: anche se il mare sembra innocuo dalla spiaggia, dietro un promontorio può cambiare faccia in cinque minuti. Segno tre cose: direzione del vento, raffiche e mare residuo. Se l’app dice zero ma sentite il fruscio sulle cime dei pini, non partite per un traverso lungo.
Per la sicurezza, ricordate che le regole in mare valgono anche per il SUP. Il Codice della nautica da diporto definisce limiti e comportamenti in prossimità della costa e delle boe gialle. In aree particolarmente frequentate o protette, una telefonata preventiva alla Capitaneria di porto locale chiarisce dubbi su corridoi di lancio e zone interdette: due minuti al telefono evitano multe e discussioni spiacevoli.
Itinerari concreti in Ogliastra
Se cercate silenzio, puntate sulla micro–programmazione. Due percorsi che faccio spesso quando voglio uscire dal giro classico:
1) Arbatax – Scogli Rossi lato nord. Metto in acqua dalla piccola spiaggetta di ciottoli dietro la torre. Venti da sud quasi nulli, coste alte che schermano. In 20 minuti si arriva a una rientranza con sabbia bianca che appare solo con la bassa marea. È minuscola: ci stanno due tavole e un sorriso. Rientro entro le 9, quando iniziano i giri in gommone.
2) Santa Maria Navarrese – Cale tra Tancau e Pedra Longa. Partenza all’alba dal margine sud, dove c’è uno scivolo in cemento poco frequentato. Seguo la costa a 20 metri dalla riva per osservare i fondali e scovo due anfratti ombreggiati, perfetti per una colazione veloce. Una mattina, un lettore mi ha chiesto come riconoscerli: cercate l’ombra più scura sotto i fichi d’India e il ciottolo che si interrompe di colpo, segno di un gradino sabbioso.
Zone famose come Cala Mariolu o Goloritzé meritano rispetto: accessi contingentati, controlli e fondali delicati. Se proprio volete avvicinarvi in SUP, partite da molto prima, fermatevi a distanza di sicurezza e non fate mai spiaggiamenti “creativi”. Non è questione di snobismo: è l’unico modo per conservarle.
Come scegliere una caletta “giusta”
Una caletta è buona se la somma di tre fattori torna: esposizione, fondale, vie di fuga.
Esporsi a est dà luce dolce al mattino e riparo dai venti pomeridiani più comuni. Fondale misto sabbia–posidonia significa acqua chiara ma viva: non pestatela, appoggiatevi su roccia liscia. Le vie di fuga sono i rientri alternativi: segnate nella testa due punti comodi ogni 500 metri, in caso il vento giri.
Quando recensisco agriturismi dell’entroterra, il primo filtro è l’accoglienza. In mare vale uguale. Ho trovato calette splendide ma “ostili”, con spiaggette in ombra e risacca cattiva. Altre sono come una casa sarda: piccole, semplici, calde. Ci torni volentieri e lasci pulito.
Dialogare con chi lavora il mare
La cortesia apre baie. Al porticciolo saluto chi rientra dalla notte, chiedo se hanno calato reti in zona e in quali orari passano i barcaioli. Spesso ricambio con un consiglio su un agriturismo a due curve o con un panetto di focaccia. È successo la scorsa settimana: un giovane pescatore mi ha indicato una spaccatura tra gli scogli di Lotzorai che in foto non si vedeva. Ci sono entrata in ginocchio sul SUP, remi corti, e al di là c’era una pozza color turchese che non dimentico.
Ricordatevi di non tagliare mai le rotte dei gommoni in accelerazione, anche se siete a riva. Siete voi a essere più lenti e meno visibili. Una bandierina alta montata a poppa della tavola aiuta molto.
Errori da evitare
- Partire tardi “per fare foto con luce bella”: la luce la ritrovate al mattino dopo, la risacca invece non perdona.
- Scendere in acqua in mezzo ai bagnanti: usate corridoi e scivoli; è più rapido e rispettoso.
- Appoggiare l’ancora improvvisata sulla posidonia: rovina il fondale e vi fa slittare.
- Dimenticare il rientro controvento: pianificate un percorso ad anello con tratto finale riparato.
- Caricare troppa roba: la leggerezza vi fa scoprire il doppio dei luoghi.
Dopo il giro: accoglienza e sapori
Il ritorno non finisce alla macchina. In Sardegna l’ospitalità è una continuazione del mare. A Lotzorai mi fermo spesso in un agriturismo famigliare per una ricotta calda e miele. Lo dico sempre: sostenere le piccole cucine dell’entroterra tiene viva la costa, perché sono le stesse famiglie che curano sentieri e mantenengono puliti gli accessi. È un cerchio che si chiude, come quando in trattoria ad Arbatax offrivo un bicchiere di vernaccia a chi aveva passato la mattina tra reti e vento.
Provate anche voi: una telefonata la sera prima per chiedere orari, una sveglia un po’ coraggiosa, due mappe controllate e la voglia di fare silenzio. Le calette nascoste non sono per pochi: sono per chi sa ascoltarle.

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